L’URBANISTA TATTICO DI PAOLO GANDOLFI – ARCHITETTO, ESPERTO IN MOBILITÀ E PROGETTAZIONE URBANA (tempo di lettura: 8 minuti!)
C’è un giudice a Milano
Assolto il Comune dal concorso di colpa per due collisioni stradali, si torna al nocciolo del problema: siamo noi e i nostri comportamenti al volante, di cui non vogliamo riconoscere il pericolo
A Milano c’è stato un processo, giunto a sentenza, molto interessante per la sicurezza stradale. È quello per concorso in omicidio stradale, che ha coinvolto il Comune, per due collisioni con altrettante vittime, avvenute in due importanti incroci della città. L’accusa era che i comportamenti scorretti che avevano portato all’incidente fossero stati influenzati da segnaletica irregolare o carente in quegli incroci. La sentenza ci dice che responsabilità comunali non c’erano e riporta l’attenzione dove deve stare, sul fattore di rischio vero e sui provvedimenti da prendere per ridurlo. In entrambi i casi l’incidente è avvenuto per mancanza di visibilità nelle svolte dovuta all’angolo cieco dei grandi veicoli. La segnaletica stradale in questo caso non c’entra nulla, così come la fantomatica separazione fisica tra autoveicoli e ciclisti, con tutta evidenza impossibile negli incroci. Servono invece tecnologie nuove da applicare a camion e bus per gli angoli ciechi e serve certamente un supplemento di attenzione da parte di tutti quando un utente debole e un grande veicolo si trovano a tu per tu sulla strada. Uscendo ora dal merito specifico di questi due casi milanesi, è utile capire perché così spesso in Italia quando si parla d’incidenti stradali invece di analizzare correttamente le cause si butta la palla in tribuna, cercando di coinvolgimento dei Comuni o degli altri enti proprietari delle strade, anche se i dati dell’Istat parlano chiaro e ci dicono che il 93% delle cause d’incidente dipende dal comportamento scorretto degli utenti interessati. La prima ragione è che le strade e la segnaletica in Italia hanno oggettivamente uno stato lamentabile, quindi coinvolgerne i gestori appare come un generico richiamo al “si doveva fare di più”. Qui si introduce la seconda ragione, l’individuazione di un colpevole di natura pubblica o collettiva, con cui nei casi di incidenti gravi si cerca spesso di alleviare la responsabilità delle persone coinvolte, “già rovinate dalla vita”, e trovare responsabili impersonali. Questa ricerca di un capro espiatorio a volte si ritorce anche contro il responsabile dell’incidente al di là delle sue vere colpe, quando questo smette di essere una persona come tutti e viene incasellato in una categoria spregevole, il mostro, il pirata, lo sballato o a volte purtroppo anche solo la persona famosa o il conducente pubblico. La terza ragione è l’idea che se qualcuno ha sbagliato è perché mancava una regola o un segnale per dirgli di non farlo. A fronte di comportamenti diffusamente discutibili, scorretti o pericolosi pretendiamo di opporre una normativa tecnica abnorme. Pensiamo che quell’incidente fosse dovuto alla mancanza di quel divieto o quel cartello, ma accettiamo come prassi normale ignorare abitualmente tutti gli altri. Detto quindi che spesso i Comuni sono coinvolti a sproposito, è scontato che le strade debbano essere tenute meglio e la segnaletica debba essere a norma, così come è doveroso indagare i gestori delle strade se vi sono dubbi, ma alla fine si arriva sempre allo stesso punto. Le responsabilità negli incidenti sono soggettive e la cosa che conta di più in sicurezza stradale è il comportamento delle persone. Il problema siamo noi stessi, sono i comportamenti banali e quotidiani di cui semplicemente ignoriamo, o non vogliamo riconoscere il potenziale pericolo. La scarsa attenzione nelle svolte, i sorpassi inutili, velocità che non ci permettono di reagire agli imprevisti, sono queste i comportamenti che dobbiamo imparare a correggere, perché sono quelli che determinano la maggioranza degli incidenti. E come da un errore nella diagnosi nasce una cura sbagliata, focalizzarsi su cause errate porterà a provvedimenti inutili, ad altri morti o feriti.
SERVONO TECNOLOGIE NUOVE PER GLI ANGOLI CIECHI DI BUS E CAMION
