Obbligo di casco, falsa soluzione DI ANDREA COLOMBO, ESPERTO DI MOBILITÀ E SICUREZZA STRADALE (tempo di lettura: 8 minuti)
È tornato d’attualità con le proposte di legge Pella e della Fci. Ma numeri e logica dicono che potrebbe addirittura peggiorare la sicurezza sulle strade
Si devono obbligare i ciclisti a mettere il casco per la loro sicurezza? L’idea è tornata d’attualità con i recenti indirizzi di riforma suggeriti della Fci (per tutti i ciclisti), e con la proposta di legge firmata dall’on. Pella (per i soli sportivi). Nel frattempo, il ministero dei Trasporti sta scrivendo il nuovo Codice della strada, da emanare entro giugno, sulla base di una legge-delega che prevede tra i criteri anche un sinistro: “revisione della disciplina della circolazione dei velocipedi, al fine di perseguire l’obiettivo della sicurezza, rendendo obbligatorio l’uso di sistemi di protezione personale”. Ma l’obbligo di caschetto è davvero la soluzione e priorità per ridurre il numero di ciclisti morti o feriti? Ogni decisione dovrebbe essere guidata dai dati. Indicazioni rilevanti arrivano da una innovativa lettura che proponiamo integrando i risultati di due studi: quello Trendline della Ue sugli indicatori di sicurezza stradale, e quello Path sui trend di ciclabilità in alcuni Paesi. L’Olanda ha la minore mortalità ciclistica (1 ciclista morto per 100 milioni di km percorsi in bici), eppure ha il più basso, quasi nullo, tasso di uso del casco in tutta l’Ue (5%). Ma ha anche le più elevate percorrenze in bici (oltre 850 km per persona all’anno, circa dieci volte più dell’Italia) e quantità di strade urbane a 30 km/h (73%). Sembrano incidere – molto più del casco – le velocità basse e un sistema di mobilità molto meno autocentrico di quello italiano. Belgio e Austria hanno una mortalità ciclistica (<2,5) che è meno della metà dell’Italia (>5), benché presentino un uso del casco simile (in città lo porta il 27% dei ciclisti belgi, il 34% degli austriaci e il 29% degli italiani). Ma con un tasso di ciclabilità quasi triplo (meno di 100 km/anno in Italia, attorno ai 250 km nei due Paesi). Sembra contare – molto più del casco – la massa critica dei ciclisti sulle strade: è il principio del Safety in numbers. moderata; e ci sono ciclisti sportivi, che pedalano a velocità elevate in extraurbano, dove il traffico misto di auto e bici è più pericoloso. È un po’ come se si imponesse il casco a tutti gli automobilisti, alla pari dei piloti di rally o di F1. Il caschetto è consigliabile perché protegge dai traumi cranici, per lo più in caso di cadute autonome visti gli impatti per cui sono omologati i modelli per bici. Ma un conto è promuoverne l’uso, tutt’altro è renderlo obbligatorio per tutti per legge. Una norma che non esiste in quasi nessuna parte del mondo e che è discutibile dal punto di vista dell’eguaglianza (che chiede di trattare diversamente situazioni differenti) e della proporzionalità (dovremmo portarlo allora anche a piedi e in auto). Una valutazione di efficacia e priorità delle politiche pubbliche per la gestione del rischio stradale basata su evidenze, suggerisce che aumentare la quota modale ciclistica e stabilire i 30 km/h come limite standard in città sia ben più prioritario e salva-vita del caschetto obbligatorio. Partire dall’ultima cosa, la protezione passiva, scaricando l’onere della sicurezza sull’utente vulnerabile, rischia di favorire il victim blaming e distrarre dalle cause attive e strutturali della violenza stradale (velocità, distrazione e mancate precedenze le prime tre cause secondo l’Istat). E di far rinviare l’adozione delle soluzioni più efficaci, come Città30 e controlli automatici su velocità e cellulare alla guida. L’obbligatorietà totale del casco potrebbe perfino per paradosso peggiorare la sicurezza: facendo sentire “più tranquilli” e quindi assumere comportamenti più pericolosi gli automobilisti, e disincentivando l’uso della bici e così riducendo il numero di ciclisti.Sia chiaro, siamo favorevoli all’uso del caschetto. Siamo contrari all’obbligatorietà indiscriminata, che non considera che le strade e i ciclisti non sono tutti uguali: c’è chi si sposta in bici in città, dove utenti motorizzati e attivi dovrebbero convivere a velocità.
IN OLANDA A UN USO QUASI NULLO DEL CASCO CORRISPONDE LA MINORE MORTALITÀ IN BICI DI TUTTA EUROPA
