Di testa propria di Michele Bernelli (tempo di lettura: 3 minuti!)
Sì, io l’ho fatto per amore. Una promessa mantenuta, una preoccupazione tolta a chi mi stava pensando per strada, in bici nel traffico. Da allora ne sono passati di anni, nel tempo indossare il caschetto è diventato un automatismo, uno tra i tanti che accompagnano l’uscire in bicicletta. Non mi è ancora capitato – sarà fortuna, sarà che viaggio piano – di testarne l’efficienza. Dicono gli esperti che è efficace fino a collisioni a 25 all’ora. Forse stanno troppo bassi, mi immagino possa alleggerire anche le conseguenze di impatti a velocità un po’ superiore. Non sappiamo quante vite avrebbe salvato (“ah, se avesse avuto in testa il casco…”) di quei 200 e passa ciclisti vittime di violenza stradale nell’ultimo anno. Ben poche, viene da pensare leggendo tra le pieghe della cronaca le dinamiche di queste collisioni. Se di casco si parla, è perché sul punto si dividono le tre proposte di legge che si contendono in questi mesi i riflettori della politica. Obbligatorio per chiunque pedali su strada nella proposta Fci. Solo per chi viaggia su bici da corsa, i piedi agganciati alla pedivella, nella proposta Pella. Consigliato, ma non da imporre per legge, nella visione Fiab che sta alla base della proposta di legge Ghio sulla mobilità attiva. Andrea Colombo, uno degli esperti che hanno fatto da think tank per la proposta Ghio, spiega in queste pagine i motivi per i quali l’obbligo di casco rappresenta una illusoria soluzione al problema della sicurezza per chi va in bici. Nel confronto tra punti di vista che dà corpo al nostro approfondimento al tema normativo abbiamo apprezzato l’invito del presidente della Federciclismo Cordiano Dagnoni a “essere alleati e allineati per centrare l’obiettivo”. Ma questa unità d’azione non può cancellare differenze che esistono tra i tanti modi di vivere la bicicletta. Quell’obbligo di casco che è comprensibile per il cicloamatore non può essere trasferito su chi esce di casa pedalando per comprare il pane o raggiungere la scuola dei figli, il posto di lavoro. Il rischio è che più di uno, alla bici, finisca per rinunciare. Creiamo allora una cultura del casco, sapendo però che per rendere sicura la nostra bici quotidiana servono soprattutto percorsi separati da quelli delle auto, i 30 all’ora come standard di velocità nei centri urbani, il rispetto da parte di chi sta al volante.
